Scipione Ammirato

Discorsi sopra Cornelio Tacito (1594).


Libro dodicesimo. Della ragion di Stato. Discorso primo.

Ragion di stato altro non essere che contraventione di ragione ordinaria per rispetto di publico beneficio, overo per rispetto di maggiore e più universal ragione: e se alcun mi dicesse, dunque una cosa non è mai ragion di stato, se non è contraventione di legge ordinaria per rispetto di maggiore, e più universal ragione? Rispondo non haver io senza ragione parlato dell'altre ragioni naturale, civile, di guerra, e delle genti, se non per mostrare che tutte le disposizioni si fanno per alcuna di queste leggi. Et non convien dire che un principe faccia cosa alcuna per ragione di stato, se può mostrare che ciò faccia per ragione d'ordinaria giustizia. Imperoche si come colui dimostra possedere una cosa per ragione di guerra, che non può mostrare di possederla per compera o per dote, o per successione, o per altra ragion civile; cosi allora si dice una cosa per ragion di stato esser stata fatta, che altra ragione delle già dette non se ne può assegnare.

Et perche la religione è cosa maggiore come habbiam detto della ragion di stato, e fa i conti suoi diversamente da quelli de gli huomini, e non si da proporzione dalle cose temporali all'eterne; conviene, che in tali accidenti tu ricorra primieramente alla religione, e vedi se ella ti si oppone; perche in tal caso bisogna accomodar la ragion di stato alla religione, e non la religione alla ragione di stato. Dove la religione non si opponga, dobbiamo eziandio nostro malgrado ceder molte delle private ragioni al ben publico.

Concludiamo dunque ragion di stato esser una contraventione di ragion ordinaria per rispetto di maggiore e più universl ragione, o veramente per esser meglio intesi diremo, ragion di stato essere una cosa opposta al privilegio; che sì come il privilegio corregge la legge ordinaria in beneficio d'alcuno: onde si può dire il privilegio esser trapassamento di ragion civile in beneficio di particolari, cosi la ragione di stato corregge la legge ordinaria in beneficio di molti, tal che si potrebbe propriamente chiamare trapassamento di legge ordinaria in beneficio di molti.

E ben vero, che si come ridotta l'autorità in un solo, quel solo si dice rappresentare la persona del publico; cosi molte cose sono state tirate a ragion di Stato più per cagione di esso sol principe, che per ragion publica, trapassando i principi gli ordini comuni delle leggi per difesa della persona o dell'imperio loro. Ma quando gli offenditori del principe ricevono gastigo senza trapassarsi gli ordini della giustizia, si possono veramente dire d'esser stati gastigati più per conto di stato, che per ragione di stato. Non essendo dunque dovere, che alcuno si vaglia dell'imperio, quando si può con le leggi, ogni volta che il principe co' sospetti e inquisiti contra di lui procede con modi straordinarii; può quel modo di procedere chiamarsi per ragion di stato.

Perche possiamo per un'altro modo dire, ragion di stato essere un privilegio del principe, cioé che possa derogare alla ragione comune per rispetto della difesa della persona sua contro gli offenditori di lei, non ostante essersi detto, che al privilegio, che riguarda la persona particolare, si oppone la ragion di stato, perche riguarda l'universale, imperoche in questo caso considerandosi la persona del principe non più come persona particolare, ma come persona publica, si viene per conseguenza a riguardar l'universale. Né è cosa ingiusta, cha ad una sola persona cotanti privilegi concedano; poi che vediamo per naturale instinto e le mani e le braccia correre a difesa del capo, ne curarsi d'esser ferite e tronche per salvezza di quello, con la difesa del quale molte membra del corpo si mantengon vive quando ben alcun ne perisse, dove quell'un solo mancando, conviene che tutte le altre periscano. Ragionevolmente dunque può stare che la ragione di stato sia un privilegio del principe, poi che concedendo i principi privilegi ai privati, convenevol cosa è, che a se stessi rappresentanti il publico molti privilegi habbiano a concedere. E perche per qual si voglia lato che altri si volga, non dubiti, non altro esser ragione di stato, che cura riguardante ben pubblico, dall'istesse parole si fa per se medesimo a ciascun manifesto, imperoche se stato altro non è che dominio, o signoria, o regno, o imperio, o qualunque altro nome gli si piaccia dare; ragion di stato altro non sarà che ragione di dominio, di signoria, di regno, d'imperio, o d'altro. Onde fu poi questa avventura da Tacito chiamata arcano d'imperio, o arcano di signoria, cioé certe profonde, e intime, e segrete leggi o privilegi fatti a contemplazione della sicurezza di quell'imperio over signoria; si come volle scuoprire la cattiva ragion di stato, quando disse cuncta eius dominationis flagitia (lib.14).



Gabriello Simeoni, Sentenziose Imprese, Lyons, 1560.

Gabriello Simeoni, Sentenziose Imprese, Lyons, 1560.

E conciosiache tutte le signorie si reggano a Republica o sotto principato, sempre avverra che le ragioni di stato essendo buone sieno ragioni di publico bene, e cosi in contrario o riguardando il bene o il male delle Rep. o dei Re rappresentanti il publico. Il qual principe over Re in qual modo si dica il publico rappresentare, in tal modo si fa palese; che mancando in uno stato il grano, e ritenendolo i ricchi appo di se per farlo in maggior pregio montare; di che la povertà perirebbe per fame, il principe è quello, il quale da publico ben mosso, come persona, in cui il publico di sue prerogative spogliandosi ha tutti i suoi diritti trasportato, e per conseguente ha in man la potenza, e gli instrumenti per poterlo fare, per ottima ragion di stato, privando il ricco del grano, che havea, che è l'apparente ingiustizia, e a quel pregio che egli stima convenirsi, con che medica l'ingiustizia pagandolo; alla povertà distribuisce, si che il publico non venga a patire; col qual modo quasi da corrotta e guasta materia fa sorgere e venir su la bontà, utilità, bellezza, e perfezion e del bene universale; di cui nelle cose terrene non è cosa di maggior pregio. E che necessario e verissimo sia, che s'habbia sempre in essa ragione di stato a considerar il ben publico, ne mai a discacciarlo da lei; quindi manifestamente apparitrice; che quando possa avvenir caso, che il principe istesso ancor che giusto e legittimo principe venga in qualunque immaginabil modo in concorso col bene universale, dee il principe cedere al ben publico, e non il publico bene al principe (pp. 231-242).



Giulio Cesare Capaccio, Delle Imprese, Napoli, 1592.

Giulio Cesare Capaccio, Delle Imprese, Napoli, 1592.


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